Aren’t you every bird on every wire?

Hey, did I miss anything? →

«I’m 39, now. The friends my Mom warned me about are bigger now, and older, bloodying my nose with old world numbers, and old world tactics, like, oh, I don’t know, sending out press releases to TV Guide at 7pm on a Friday. 
But my Commodore 64 is mobile now, like yours, and the modems are invisible, and the internet is the air all around us.  And the good friends, the real friends, are finding each other, and connecting with each other, and my Mom is turning out to be more right than ever.»
 
Questa cosa l’ha scritta Dan Harmon, da ieri ex showrunner di quel capolavoro che è Community. Capolavoro che lui ha reso possibile.
Dan Harmon e Community sono in cima all’introduzione della mia tesi di laurea: a colpi di venti minuti a settimana, mi hanno insegnato a diffidare di chi dice che dalla televisione non c’è nulla da imparare. Ora e sempre, #sixseasonsandamovie.

Venerdì notte

Venerdì notte

Tutto va veloce ultimamente, tanto veloce che ho trovato il tempo di commuovermi per venerdì notte solo domenica nel tardo pomeriggio.

Il mio saluto è stato una maratona di lavoro durata quattordici ore, terminata alle tre davanti a Giufà. I miei ora ex colleghi mi hanno lasciato un abbraccio ciascuno, una copia di Blankets ancora incartata e un senso di pienezza che ancora non è svanito.

Quando sono felici, quando sono riesco a viverli con intensità e consapevolezza, i finali piacciono persino a me.

A.

A.

Sono molto fortunata, l’ho già detto?

Sono molto, molto fortunata.

I’ve got the keys, I’m letting people in

It was easier to lock the doors and kill the phones
Than to show my skin
Because the hardest thing
Is never to repent for someone else
It’s letting people in
 
Al Berghain le macchine fotografiche sono bandite. Non mi rimangono prove tangibili di uno dei concerti più emozionanti cui abbia mai assistito, in quella che è di certo la venue più incredibile cui abbia mai messo piede, ma per fortuna di foto immaginarie ne ho scattate moltissime: prima, durante e dopo le due ore in cui gli Antlers hanno suonato davanti a me, ho registrato i suoni e i colori che non voglio dimenticare.
Burst Apart è diventato il mio Album del 2011 durante gli ultimi giorni di dicembre, semplicemente perché suona meravigliosamente e racconta alla perfezione le sfumature della persona che sono ora. La prima e l’ultima traccia di quell’album mi hanno aiutato a capire ciò che vorrei dire e che vorrei sentir dire: la buona musica fa anche questo, giusto?
Hospice è uscito nel 2009: riprendendo ad ascoltarlo in loop insieme al mio compagno di viaggio e di concerto, con le esperienze vissute negli ultimi tre anni sulle spalle, ho letto dentro questo album – che più un album, è un romanzo in musica – molto più di quanto non avessi fatto in passato. Va maneggiato con cura, Hospice, perché fa molto male. Mi riprometto di uscire dal loop per un po’: di ascoltare musica più leggera e indugiarvi solo ogni tanto, per viverlo con l’intensità che merita. Un po’ come faccio con il whiskey.
 
Pessime metafore a parte, avevo ragione a sperare: aprile è stato molto meglio di febbraio. E non è ancora finito.

Live from Berlin

Live from Berlin

Ho scattato questa foto a Mauerpark, ieri. Il suo mercatino delle pulci è un ricettacolo di ricordi esposti alla rinfusa: per ogni oggetto consumato, ogni foto in bianco e nero, ogni dedica lasciata sul dorso di libri le cui pagine si staccano, una ad una, appena tenti di sfogliarle, una storia su cui posso solo fantasticare. A differenza dell’ultima volta che sono stata a Mauerpark, ieri splendeva il sole: sono tre giorni che il tempo è semplicemente perfetto, che nel cielo limpido le nuvole corrono bianche e ciccione, attraversando insieme a noi la città.

Finalmente sono a Berlino. Scrivo da un caffè di Kreuzberg, con a fianco una fetta di carrot cake, un espresso e il mio compagno di viaggio che studia matematica. Come a Mauerpark, in questa città è tutto un sovrapporsi di ricordi, questa volta solo miei. Io a diciannove anni, io a ventitré: la foto di una famiglia che si rifugia dalla pioggia a Potsdamer Platz, quella di un gruppo di amici in piedi accanto un pezzo di East Side Gallery. Il grigio del cielo e il grigio di un viso senza sorriso che non sono più riuscita a capire.

Ma questi giorni splende il sole. Non vado a Potsdamer Platz, né alla East Side Gallery. Esploro Friedrichshain, Kreuzberg e Prenzlauer Berg, con ai piedi un paio di Converse grigie che fino a due settimane fa erano stipate nella fredda cantina di zia Laura. Penso che sarebbe stata contenta di saperle qui, e continuo a camminare.

Tre momenti in cui il mio cuore è andato velocissimo, ieri sera

Il primo è stato quando, camminando su via Casilina verso il Circolo degli Artisti, mi sono ritrovata con Laura a riflettere sugli ultimi anni vissuti insieme. Mentre riallacciavamo i tempi verbali, contando i presenti e gli assenti, le perdite sul campo e le simmetrie imperfette di altre sere quasi uguali a ieri, il cuore ha accelerato per la prima volta.
Il secondo momento me l’aspettavo: lo ha creato la voce di Julie Doiron, appena ha introdotto una canzone troppo intensa per avere un titolo, che ascoltavo qualche anno fa.
Il terzo non è stato un momento, in realtà: sono state due ore trascorse ad ascoltare una band che significa tanto per me, legata a un’altra che significa ancora di più.
Alcuni concerti sono come un viaggio: ti portano in luoghi reali e immaginari, riportano a galla i ricordi e lasciano immaginare futuri possibili. Se poi tra i componenti della band che ti fa viaggiare c’è un front-man che ha vissuto ai confini del mondo per studiare gli uccelli e un sosia di Michael Fassbender, il cuore è semplicemente felice nella fatica della corsa. Vorrebbe non finisse mai.

Venti secondi

Venti secondi

«You know, sometimes all you need is twenty seconds of insane courage. Just literally twenty seconds of just embarrassing bravery. And I promise you, something great will come of it.» 

It suddenly hit me

Perché mi piace (e non mi piace) Villa Aldobrandini →

Oggi su Nuok ho scritto di un posto scoperto per caso circa cinque anni fa. Ero in largo anticipo per un appuntamento importante e ho iniziato a gironzolare per Monti, fino a ritrovarmi ai piedi delle scale che conducono a Villa Aldobrandini.
Ricordo chiaramente di aver compreso, allora, che quel che molti dicono di Roma è vero: vagando senza meta, con la giusta dose di tempo e curiosità a disposizione, in questa città si scoprono tesori. Allo stesso tempo, ho realizzato la veridicità di una seconda affermazione: a Roma dei tesori non importa molto a nessuno, nemmeno a chi avrebbe il dovere di tutelarli.
Coi suoi difetti, ho adorato subito Villa Aldobrandini, e scriverne mi ha portare a ripercorrere i tanti momenti in cui mi sono ritrovata a dire a qualcuno “Ti devo portare in un posto” finendo lì, in un giardino a metà tra l’asfalto e il cielo di Roma. Sempre lo stesso sfondo ma ogni volta diverse persone, diverse atmosfere, diverse versioni di me.
L’ultima versione è quella che mi piace di più. Lo prendo come un buon segno.
 

(Questi sono Eleonora e Tommaso a Villa Aldobrandini. A settembre 2010 non ero di certo nella mia miglior versione, ma loro sono bellissimi.)